L’Odissea di Christopher Nolan: un’opera monumentale, dolorosa e tremendamente umana

Sale piene, innumerevoli copie dell’opera originale vendute e accesi dibattiti fra spettatori. Raramente si assiste ad un fenomeno globale del calibro dell’ “Odissea” di Nolan, pellicola arrivata nelle sale poche settimane fa che, negli ultimi mesi ha fatto discutere di sé enormemente, anche prima della propria uscita. Nonostante gran parte del pubblico si sia diviso definendo il lungometraggio un capolavoro o un insuccesso, un’opinione su un film di tale spessore non si può delineare in poche parole.

Il lavoro monumentale compiuto dal regista riesce a coinvolgere e sconvolgere lo spettatore, divenendo uno dei prodotti multimediali più impattanti e densi di significato degli ultimi anni.

Non c’è alcun bisogno di presentare la mente che è dietro al film, difatti chiunque conosce Christopher Nolan, regista di svariati capolavori quali “Interstellar” e “Inception”.

È ancor più famoso invece, il componimentoda cui è tratto il lungometraggio: ci si riferisce ovviamente all’ “Odissea” di Omero, poema epico fra i più conosciuti ed apprezzati della storia.

Dunque, adattando quest’opera, il cineasta britannico, riconosciuto per la propria ambizione, si è messo in gioco con il prodotto più difficile da realizzare di tutta la sua carriera. Ciò non soltanto per la struttura dietro alla produzione, bensì soprattutto per i giudizi del pubblico.

Bisogna pensare, difatti, che le prime aspre considerazioni sono arrivate subito dopo il primo trailer della pellicola, uscito a dicembre 2025. Molti hanno criticato i costumi: chi non apprezzava le vesti dei soldati poiché poco conformi al mondo greco e, chi detestava l’armatura di Agamennone, insensata per il periodo storico rappresentato.

Tanti altri invece si sono soffermati su alcune scelte attoriali, per esempio l’aver fatto interpretare Elena di Troia all’attrice di colore Lupita Nyong’o, distaccandosi dalla descrizione tradizionale della donna, spesso raffigurata con capelli biondi e carnagione chiara.

Inoltre, in tanti si aspettavano che il lungometraggio divenisse un flop commerciale, ed invece, in poche settimane ha già raggiunto il miliardo di dollari di incasso. La maggior parte di questi pareri affrettati dunque, sono stati per lo più accantonati con l’uscita del film in sala. In effetti, parecchi elementi disprezzati fin da subito si sono dimostrati insignificanti per lo sviluppo della pellicola stessa e, risultano invece più comprensibili, presupponendo che ci si trovi davanti alla reinterpretazione Nolaniana del poema. Quegli aspetti che sembrano trattati con poco interesse dal cineasta in realtà si rifanno semplicemente alla sua visione cinematografica del racconto. Nella pellicola si possono trovare delle mancanze rispetto al libro, ossia alcune scene iconiche o personaggi tagliati, per esempio Nausicaa e tutta la società dei Feaci, come ci sono allo stesso modo numerose aggiunte. Ma tutto ciò che il regista ha messo su schermo non è accidentale, ogni particolare è cucito magistralmente sulla storia di fondo del poema e quindi, emerge immediatamente quanto il cineasta abbia saputo dare piena espressione delle proprie capacità. Inoltre, la struttura temporalmente complessa del libro si intreccia magistralmente alla costruzione filmica poco lineare tipica di Nolan.

Addentrandosi nel pieno dell’analisi del lungometraggio, bisogna soffermarsi soprattutto sulla frase di apertura del film, che presenta agli spettatori il mondo in cui si svolgerà la storia, definito come “di apparente magia”. Con questa espressione il cineasta pone le basi per tutta la pellicola, facendo intuire che non sarà incentrata sull’affascinante dimensione dell’Olimpo.

L’opera di Nolan è estremamente umana, difatti, i vari accadimenti non sono mostrati come frutto della volontà divina, ma soltanto come intrisi di dolore. La guerra di Troia vissuta da Ulisse non è ricca di paladini gloriosi e attimi di trionfo, bensì è costernata da caos e sofferenza. La società delineata dal regista non ha contatti concreti con gli dei come si descriveva nei racconti, essa sembra quasi abbandonata, riuscendo ad incarnare perfettamente la visione del protagonista. L’Odisseo di Matt Damon, interprete che quest’anno si sfiderà con Tom Cruise di “Digger” per l’Oscar al miglior attore, è un uomo solo, rimasto senza la sua flotta e – attraverso un chiarissimo PTSD (Disturbo da Stress Post-Traumatico) – è afflitto da ricordi traumatici di guerra.

È messo su schermo un guerriero sconfitto, non l’ingegnoso πολύτροπος (multiforme) di Omero assistito dalla dea Atena. Il protagonista in effetti, non è seguito da quest’ultima come nel poema epico: ha soltanto visioni di una ragazza troiana morta davanti ai propri occhi. L’Atena di Zendaya è parte della memoria che non abbandonerà mai Odisseo, e di divino, non ha alcunchè.

Nell’Ulisse Nolaniano, assuefatto dal fiore di Loto, non è centrale il vóστος (ritorno in patria ricco di nostalgia) dell’opera originale. Risulta quasi che non abbia le forze e la volontà per ritornare, e quindi, il suo viaggio non è solo prolungato da sventure come nel poema epico, bensì sembrerebbe esteso per la fragilità del protagonista stesso. Ogni tappa del percorso consolida le peculiarità di Ulisse, ma anche il suo tormento interiore.

Il regista mettendo su schermo attimi iconici del racconto antico arricchisce Odisseo, delineando ad esempio il suo senso di colpa per i compagni caduti visti nell’Ade, mostrando la sua astuzia con la maga Circe e la sua sopraffazione con Calipso. Con i vissutidel protagonista Nolan riesce peraltro a manifestare la propria bravura unendo generi cinematografici diversi. Si passa dalla caotica conclusione della guerra di Troia, al dramma fra Telemaco e Penelope ad Itaca, giungendo perfino al body-horror degli incantesimi della maga Circe. Inoltre vi è la sequenza con Polifemo, senza dubbio una delle più suggestive del lungometraggio: in essa è mostrata una creatura grottesca, chesembra richiamare il quadro di Goya “Saturno divora i suoi figli” e l’Uomo Pallido de “Il labirinto del fauno”.

Nella pellicola non è presente la celeberrima scena in cui Ulisse inganna il ciclope presentandosi come Nessuno, sia per motivi linguistici, difatti il cineasta non sapeva come rendere precisamente in alcune lingue il termine Οὖτις (Nessuno), sia per l’intenzione di definire la fallibilità del guerriero. Qui non è delineata soltanto l’astuzia del protagonista, bensì lo sgomento nel vedere la morte dei propri compagni.

L’eroe scappando dalla creatura si fa addirittura prendere dall’ira – avvenimento che altera profondamente il personaggio omerico – scagliando una freccia nel suo occhio, facendo intuire come non sia un paladino perfetto, bensì un combattente ormai stremato.

Le lodi da attribuire a Nolan però, non valgono soltanto per la trasposizione più “umana” del protagonista, altresì per l’eccelsa struttura corale della pellicola, che approfondisce egregiamente tutti i personaggi. Fra questi spicca ovviamente la Penelope di Anne Hathaway, in un ruolo tragico e complesso, che richiama le profonde performance all’apice della sua carriera. Vi sono poi l’Agamennone di Benny Safdie, definito daun’armatura colossale che evoca la sua possenza “divina”, l’Antinoo di Robert Pattinson, nel ruolo più subdolo e viscido della propria carriera, ed anche la Circe di Samantha Morton, che in pochi minuti ruba la scena a Matt Damon.

Un personaggio aggiuntivo rispetto al poema è quello di Sinone, interpretato da Elliot Page, che arricchisce lo spessore morale di Ulisse. Ciò inoltre avviene con l’Eumeo di John Leguizamo, reso centrale per la trama ancor più che nel libro. In aggiunta vi è Tom Holland, che nell’incarnare Telemaco, mostra la sua crescita attoriale nel ruolo più maturo di tutta la sua carriera. Nolan mette in scena un rapporto padre-figlio straziante, perfino più struggente di quello definito all’interno dell’opera originale. Telemaco diviene così simbolo di instabilità identitaria: crescendo minacciato dai Proci e privato della figura paterna, fatica persino a trovare un legame rassicurante nel rapporto con la madre. Con il suo viaggio, che unisce la propria evoluzione introspettiva alla ricerca del padre, viene esaltato dal cineasta divenendo, nella scena finale della pellicola, nuovo re di Itaca. Probabilmente è questo il personaggio che il regista ha rielaborato di più fra tutti, definendo una nuova interpretazione del ragazzo irrequieto, rendendolo più profondo e soprattutto, dalle note contemporanee. L’attore in ultima analisi risulta evolversiinsieme al personaggio e, superando il proprio – richiamando Galimberti – complesso interiore, dimostra alla fine del film un distacco dal padre a differenza della sua controparte narrativa.

A contribuire poi allo spessore del lungometraggio è ovviamente la colonna sonora, fra le migliori presenti in un prodotto di Nolan. Il compositore Ludwig Göransson, reduce della vittoria agli Oscar per “I Peccatori”, ha dato forma all’aspetto più intimo della pellicola. È riuscito a passare dai temi suggestivi delle scene ambientate nei paesaggi rocciosi di Itaca, ai suoni terrificanti della caverna di Polifemo, fino alle sperimentazioni elettroniche adoperate nell’Ade. Come si può non citare l’episodiodelle Sirene, in cui invece di sentire il loro soave canto, si ode l’αὐλός, uno strumento greco a fiato, che infonde un clima suggestivo alla sequenza.

La grandezza del compositore inoltre, si nota nel suo riuscire a valorizzare momenti toccanti come la morte del cane Argo, e soprattutto, nell’aver dato un’identità ad aspetti banali, come l’arco di Ulisse, che si riconosce subito per le sue “vibrazioni”.

Un ultimo aspetto su cui bisogna soffermarsi, riguarda i numerosi modelli che hanno influenzato il regista nello sviluppo del film.

Come detto da Nolan stesso, ha tratto molto dal cinema di Sergio Leone e di Pier Paolo Pasolini. Non si può poi non cogliere la sua ispirazione al grande cinema epico americano, soprattutto per la messa in scena di “Ben-Hur”. Invece, alcune sequenze movimentate nelle scene a Troia, appaiono simili alla rappresentazione dello sbarco in Normandia girato da Spielberg in “Salvate il soldato Ryan”. Per quanto riguarda poi la fotografia ed il montaggio, è evidente il riferimento del cineasta alle pellicole di Terrence Malick. Molti scorci e movimenti di macchina, difatti, sembrano catturati proprio da “La sottile linea rossa” e “The Tree of Life” di quest’ultimo, anche se, Nolan ha ulteriormente valorizzato ciò con riprese interamente in IMAX 70 mm.

In conclusione, l’epopea di Christopher Nolan, che inizialmente potrebbe apparire come un azzardo, si rivela un gioiello contemporaneo da non perdersi assolutamente. Che sia attraverso le interpretazioni, la fotografia o l’azione, l’ “Odissea” riesce a trasportare lo spettatore in una cultura antica che, grazie ad una forte critica alla guerra ed una dolorosa riflessione sull’uomo, non è mai stata così vicina al nostro tempo.

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